domenica 9 marzo 2014

Il Bari regge alla crisi

La procedura, già avviata, di autofallimento societario trancia l’interminabile regno dei Matarrese sul pallone barese, diventando un ideale spartiacque tra due epoche distinte. Ed è, soprattutto, un segno tangibile dei tempi che cambiano. E delle situazioni che, fisiologicamente, si rinnovano. Transitato un pezzo di storia, riemerge però dall’autoisolamento, quasi magicamente, una piccola folla dimenticata. E’ la parte più larga di quei settemila che tornano a frequentare il San Nicola. A conferma di alcune verità: il momento è particolare e occorre il sostegno di tanti, il ciclo nuovo è bisognoso di calore e ottimismo, la politica di contenimento dei prezzi di ingresso allo stadio paga  (gli introiti sono sempre quelli che sono, ma – almeno – la gente risponde meglio: e, sostanzialmente, il club non ci rimette). E anche questo amore ritrovato è un segnale robusto della quotidianità che si evolve. Intanto, di fronte, c’è il Lanciano, squadra compatta che sa mantenersi alta e, all’occasione, sa ripartire. E che si fa pericolosa da sùbito, diverse volte. Il Bari prova a far girare il pallone, ma fatica a salire e a gestirsi in fase di possesso. Con il tempo, tuttavia, il match si fa più fisico, più ruvido. E gli abruzzesi sono più rapidi, più diretti. Eppure, è proprio il Bari a passare: ci pensa, come accade spesso, Ceppitelli. Incassato lo svantaggio, il Lanciano si confonde un po’, cominciando a perdere palla, sicurezza e permeabilità. E’, fondamentalmente, una partita recuperata in corsa dalla gente di Alberti e Zavettieri, che in mezzo al campo non possono godere dell’apporto di Sciaudone, Romizi e Delvecchio. E che, pure nella seconda porzione di gara, addizionano più quantità e intensità. A dispetto della supremazia territoriale che i frentani esercitano sino al novantesimo, senza peraltro approfittarne. Ecco: al di là di scompensi antichi e moderni e delle esitazioni tipiche di un collettivo che sta perseguendo la permanenza, il Bari sembra esserci, almeno con la testa. Nonostante tutto quello che, attorno, sta accadendo. La squadra, cioè, è ancora concentrata, salda mentalmente, motivata. Il gruppo sta reggendo: alle pressioni dell’esterno, alle cattive notizie, all’indecifrabilità del futuro prossimo, alle incognite di ogni giorno. E anche questi sono indizi pesanti.  

giovedì 6 marzo 2014

Taranto, acque increspate

Due affermazioni di fila, allo Iacovone, intersecate da un pari (quello deludente, per resa e calcio prodotto, di Lucera, casa di scorta del San Severo) non alimentano le ambizioni, né incoraggiano gli appetiti. Il Matera, ora, segna troppo e corre tanto. E il Taranto continua ad inseguire, un po’ più in là: cinque punti. Abbastanza, teoricamente: soprattutto in considerazione che, tra lucani e jonici, convivono pure le sempre più legittime aspirazioni del Marcianise (e chi si nutre di realismo sa quanto diventi difficile, a nove settimane dal traguardo, confidare nelle contemporanee disavventure di due concorrenti alla promozione immediata). Ma anche sostenibili: in considerazione di uno scontro diretto che si consumerà a breve, proprio in riva a Mar Piccolo. Peraltro, ultimamente, la formazione di Papagni sembra aver smarrito intensità, lucidità e, talvolta, anche gli equilibri necessari per proteggersi. Il successo di domenica, sull’accartocciata Puteolana, così come il derby intascato ai danni del Brindisi, sa di fatica e reticenze: spianate, tuttavia, dalla differente caratura tecnica degli organici e da un sussulto di orgoglio (Taranto in dieci sin dal corso della prima frazione di gioco). E persino gli accorgimenti tattici scovati nel tempo dal coach non riescono più a mascherare le controindicazioni di un impianto esuberante di valori individuali, ma ancora troppo slegato e umorale. Però, il campionato è ancora lì, disposto ad attendere chiunque: e a nessuno è negata una chance. L’abbiamo imparato, il concetto. Tra i due Mari, piuttosto, in questi giorni le questioni del campo e gli intrighi del torneo occupano i vagoni di seconda classe. Le preoccupazioni popolari, cioè, tornano ad accentrarsi sulle vicende di sempre: il ménage quotidiano del club e il futuro del pallone in città. Le frizioni, già sospettate dall’intero ambiente, tra i due principali sovvenzionatori della società (il presidente Nardoni e il suo vice Petrelli, un tempo molto vicini anche al di fuori del calcio) sono ormai ufficializzate dai protagonisti. Che, da settimane, non si confrontano più. La querelle è di natura interpersonale, imprenditoriale. Ovvero, il Taranto non è la causa dei dissapori. Pur rischiando di diventare l’improvvisato campo neutro attraverso il quale si incrociano gli interessi di ciascuno. Di fatto, però, se la strada di Petrelli non converge più su quella di Nardoni, o viceversa, uno dei due appare sin da adesso in sovrannumero. Nel frattempo, infine, proprio Petrelli fa sapere di aver individuato un gruppo di potenziali nuovi investitori. Mentre Nardoni, di rimando, ammette di non saperne nulla. In questo preciso momento storico, in cui si compiono i destini della stagione in corso e, tradizionalmente, si comincia parallelamente a pianificare quella successiva, servirebbe invece un dialogo più fitto. Diretto, oppure filtrato, se è il caso. Ma, innanzi tutto, franco.

mercoledì 5 marzo 2014

Bisceglie, a Vico l'ufficializzazione di un fallimento

Raggiunto e superato. Dal vantaggio robusto alla sconfitta dolorosa. Sopra di due gol, il Bisceglie si arena a Vico. E lo choc, in situazioni simili, è ingombrante. Per Giancarlo Favarin, invece, determinante. Il tecnico pisano perde la panchina proprio quando i segnali sembrano nuovamente confortare e quando la griglia dei playoff appare ancora all'orizzonte. E sì, perché dopo quel derby costruito sull’impegno e sulla rabbia e vinto sul Monopoli, le quotazioni della squadra si sono progressivamente afflosciate. Malgrado certe garanzie esibite da un gruppo rinnovato a metà stagione, ma motivato e sufficientemente esperto per affrontare le insidie del percorso. Invece, gli undici punti che attualmente dividono il Bisceglie dalla quinta posizione (e i sei che stabiliscono del distanze dal Grottaglie, sest’ultima del raggruppamento) si agitano come una condanna. Prima per l’allenatore e poi per il progetto modificato in corsa dal presidente Canonico e dal diesse Belviso. Che, con trasparenza, parla di un feeling – quello tra il club e l’allenatore – interrotto e di scelte tecniche e tattiche mal digerite dal vertice societario. Mentre Favarin preferisce non scavare nella ferita, glissando con compostezza. Il nuovo che avanza, nel frattempo, si chiama Carlo Prayer, barese, personaggio particolarmente legato all’universo del settore giovanile, sin qui responsabile della formazione Juniores stellata. Le ultime nove partite dell’anonimo campionato del Bisceglie passeranno, dunque, attraverso il suo lavoro, la sua esperienza e la sua capacità di rimotivare un gruppo a cui si chiede soltanto, adesso, di non lasciarsi risucchiare dal vortice per non rischiare nulla. Offrendo, magari, a patron Canonico l’occasione di riflettere per bene, prima di ogni altra decisione futura. Due stagioni oggettivamente fallimentari di fila, del resto, potrebbero facilmente intaccare anche le migliori delle intenzioni. Senza contare, poi, che certe fibrillazioni sorte recentemente tra il presidente e l’ambiente potrebbero costituire un precedente fondante. Non sappiamo, infine, se determinate voci (l’imminente fallimento del Bari e la possibilità di un avvicinamento, peraltro smentito ufficialmente, di Canonico al club di via Torrebella) sono degne di considerazione oppure meno. Ma, tutti assieme, gli indizi non depongono a favore del prolungamento di una programmazione pianificata: è meglio che si sottolinei la verità, sin da ora. Per questo, allora, il compito di Prayer e dell’organico che andrà a gestire è assolutamente più delicato di quello che, ad una prima valutazione, può apparire.

lunedì 24 febbraio 2014

Grottaglie, sconfitta che mente

Tra dicembre e gennaio, il Grottaglie ha immagazzinato più qualità diffusa. E assoldato, anche numericamente parlando, la gente che può trascinarlo alla salvezza. Persino senza passare dai playout. Pettinicchio, poi, è un tecnico navigato, che sa assemblare il gruppo. Quattro successi nelle ultime cinque uscite, infine, riconsegnano ottimismo, fiducia, speranza. Riavvicinando il pubblico agli spalti del D’Amuri. C’è un’aria diversa, dunque, attorno all’Ars et Labor del duemilaquattordici. E lo scontro con il deludente Matera capolista sembra avvalorare certe sensazioni, determinate prospettive: malgrado il risultato che esce dal match sia fastidioso (zero a uno, i lucani accelerano e allungano su Marcianise e Taranto), ancorché bugiardo. Di fronte alla formazione di Cosco, anzi, è proprio il Grottaglie a farsi preferire. Per intensità, ordine tattico, gestione della palla, quantità. Per un’ora buona e anche qualcosa in più. E’ la squadra di Pettinicchio ad osare qualcosa in più. Con personalità. Il Matera, invece, si affida al mestiere, ad un pragmatismo robusto e alla malizia: ma senza brillare. Con un calcio un po’ opaco: redditizio, certo, però sbiadito. Impermeabile nella sostanza, ma non troppo convincente: neppure in fase di non possesso. Di più: il Grottaglie fa la gara e anche il gol che la decide. Sbagliando porta. Botticini, proprio davanti a Maraglino, prova a precedere un avversario, va in fibrillazione e si assume la paternità di una sconfitta incongrua. Accade tutto a metà del primo tempo, ma tutti i minuti che restano non bastano a recuperare il pari che, al di là dei torti e delle ragioni, costituirebbe uno score di assoluta utilità. Così come non serve la temporanea superiorità numerica: in undici contro dieci l’Ars et Labor precipita in un’altra ingenuità individuale (Fumai commette fallo da tergo) che finisce con il costare il ristabilito equilibrio delle forze in campo e un’altra buona dose di chances. Se non altro perché proprio il trequartista barese, operando tra le linee, sta disturbando non poco il traffico davanti all’area di rigore lucana. Nell’ultima mezz’ora, così, il Grottaglie si scopre un po’ più sfilacciato, meno pungente e pure meno lucido. Tiene ancora palla, ma perde alcune coordinate. E, di conseguenza, il match. Ma non la fiducia, né la speranza. O l’ottimismo. Anche un certo tipo di sconfitte, in fondo, rafforzano la certezza di potersela finalmente giocare contro chiunque, ogni settimana. E la caduta di ieri fa parte di questa categoria. Anche se altri due cartellini rossi in novanta minuti (a fine gara Maraglino si pregiudica almeno un paio di turni) lasciano credere che il Grottaglie debba ulteriormente crescere: la permanenza, del resto, passa anche attraverso il governo dei propri sentimenti e delle situazioni. Non solo quelle di gioco. Lo stesso Pettinicchio concorda, tra amarezza e fatalismo. Non fosse per questo, probabilmente, calerebbe sin d’ora le mani in tasca, tastando il traguardo. Senza troppi dubbi.

mercoledì 19 febbraio 2014

Paparesta lascia, è il punto di non ritorno

«Certe voci disturbano. Sapere, proprio mentre le trattative con i possibili acquirenti si evolvono, del sequestro dei cartellini (di Galano, ndr) e della quantificazione irrealistica di un disavanzo economico è un peso insostenibile. E io non ho intenzione di collezionare brutte figure». Parola più, parola meno, è il pensiero di Gianluca Paparesta, ormai ex gestore dell’auspicato travaso societario del Bari. A dimissioni formalizzate (e concordate con la proprietà), non resta dunque che avvalorare quella sensazione di debolezza di determinate dinamiche (e, soprattutto, di determinate operazioni) e di un attrito sempre più possente tra l’ex direttore di gara e il gruppo che sta provando a guidare il Bari in regime di autogestione. Come alcune recenti parole del diesse Angelozzi, peraltro, avevano abbondantemente lasciato pensare. Ricapitolando, il club di via Torrebella sembra al punto di partenza. Senza liquidi, sotto il peso di troppe pressioni (gli stipendi vanno onorati, per non incorrere in nuove penalizzazioni), minacciato dall’ombra del fallimento e senza grandi prospettive. Anzi, avanza sempre più prepotente l’ipotesi di una procedura di autofallimento: che, al momento, appare la situazione meno dolorosa e più utile alla causa. Le dimissioni di Paparesta dovrebbero segnare, dunque, anche un punto di non ritorno. Preparando, appunto, il terreno per le manovre estreme. Quelle che, però, potrebbero consegnare il futuro: di cui, tuttavia, oggi non conosciamo il prezzo. E che, perciò, piovono probabilmente al momento più opportuno. Discutere e confrontarsi, a questo punto, non serve più. Avviarsi verso le incognite del futuro sarà fastidioso: ma, di sicuro, significherà accorciare i tempi. Comunque vada a finire. E prepararsi a tutto.

martedì 18 febbraio 2014

Flora prende le distanze dal sogno

Il Taranto non è bello e neppure irreprensibile, tatticamente parlando. Anche nel derby con il Brindisi: che, malgrado tutto, vince. I difetti strutturali, del resto, sono quelli già affiorati e riconosciuti. E resistono. Dietro, ma anche in fase di filtro, ci si confonde sempre più spesso. Ed anche la formazione di Chiricallo naviga con profitto tra le disattenzioni e le amnesie avversarie. Come quella, ad esempio, che permette agli adriatici di ritrovare il pareggio, prima che il primo tempo tramonti. E prima che la gente di Papagni trovi gli argomenti per raddrizzare la questione, dagli undici metri (penalty forse generoso o forse no: ma che ci può pure stare. E che gli ospiti stessi omettono, comunque, di utilizzare come paravento per la sconfitta). Ma anche il Brindisi non è particolarmente frizzante. Non è quello più convincente e robusto che, appena sette giorni prima, ha abbattuto il Monopoli, per intenderci. E, talvolta, non brilla neppure per attenzione: il vantaggio jonico, per dirne una, nasce da un disimpegno improbabile di Vetrugno. Gambino e compagni, peraltro, non perdono soltanto la partita: ma anche parecchio appeal e tante quotazioni. La caduta dello Iacovone, inutile sottolinearlo, finisce infatti per spingere il collettivo  troppo al di sotto della soglia minima dalla quale coordinare le operazioni di attracco alla serie superiore. Se ne rende conto, tra l’altro, pure Ninì Flora, a cui non mancano mai slanci di realismo. La sua disamina del giorno dopo, nel corso di un’introspezione televisiva del momento, è un po’ brutale: ma, con ogni probabilità, anche sostanzialmente esatta. Il Brindisi, ammette il presidente, è un collage di buoni giocatori, ma non di giocatori vincenti. Ovvero, disabituati a vincere. Lo avvalla, ovviamente, la storia personale di molti di loro. E la piega che sembra aver preso il campionato. In un certo senso, intanto, Flora ripone idealmente tutte le ambizioni sin qui cullate, malgrado inviti la squadra a crederci ancora. Prendendo atto, in pratica, di una situazione contingente. E’ come se il Brindisi, cioè, si sentisse già fuori dai giochi: anche per questo, allora, il girone H sembra aver perso una delle sue sette protagoniste prima del tempo.  

lunedì 17 febbraio 2014

Quando la qualità fa la differenza

La settimana difficile del Monopoli (De Luca via, De Luca reintegrato, polemiche, silenzio stampa, tifoseria imbronciata) carica di tensione la gara che arriva: e i novanta minuti di una domenica come le altre diventano, all’improvviso, i più difficili e delicati. Terreno buono per il San Severo, che scende al Veneziani per scrivere il suo compitino saggio e, possibilmente, efficace. Pochi slanci, poca tecnica, un minimo di ordine: la resistenza della formazione di Rufini dura un’ora o poco più, senza neppure l’intoppo dell’affanno. L’avversario è contratto, discontinuo nella proposta, pensieroso, morbido. E tutto va come deve. Non c’è ritmo, nella manovra della squadra di casa. E neppure intensità. Il match è abbastanza ingessato e i dauni non possono chiedere di meglio. Passano i minuti e il San Severo acquista persino confidenza con il campo, avanzando di qualche metro: quanto basta per tenere i pericoli il più distante possibile. Il Monopoli galleggia, cercando un guizzo, un varco, l’illuminazione in mezzo al campo. Che arriverà solo più tardi, a ripresa già avviata, appena si affaccia sul campo Laboragine, uno dei meno convincenti nell’ultima uscita, quella di Brindisi,  e sin lì tenuto in panca, al pari di Castaldo. Laboragine, in realtà, spacca la partita. Contestualmente, il collettivo di De Luca acquista il passo, le dinamiche, il dinamismo, l’ampiezza, la continuità, l’agilità. A Lanzillotta e soci bastano pochi minuti per reinventarsi il copione, forzare il destino e chiudere i conti. Sul risultato finale (quattro a zero) c’è poco, alla fine, da commentare. Il San Severo umile e operaio, improvvisamente, sprofonda. Un paio di punte in più (prima El Ouazni e poi Cesareo) e la rivisitazione del modulo (dal più scolastico 4-4-2 ad un più aggressivo 4-3-1-2) non reggono l’urto e ogni buon proposito si frantuma. Proprio nel momento in cui la gente di Rufini si ritrova nella condizione di chiedere a se stessa qualcosa di più della semplice gestione delle normali operazioni di traffico. E’, cioè, una questione di qualità strutturale: con la quale occorrerà evidentemente convivere e con cui la squadra dovrà affrontare l’ultima parte del campionato, quella decisiva. Non una bella notizia, a quanto pare. Soprattutto in un momento storico caratterizzato dalla sicurezza che sembra assistere diverse concorrenti alla salvezza. Dall’altra parte, invece, il Monopoli ritrova il risultato e, parzialmente, la serenità: riavvicinandosi idealmente alla propria gente, anche se – ad esempio - l’attrito tra una parte dei sostenitori e il tecnico rimane. Il resto, piuttosto, arriverà – se arriverà – con la continuità di rendimento. Quella sette sconfitte conosciute lontano dal proprio terreno di gioco, del resto, pesano ancora molto. Mentre il campionato (a proposito, il Matera si stacca e tenta la fuga) pretende un atteggiamento sempre vigoroso, aggressivo. Come quello della seconda porzione della gara di ieri, ovviamente: non quello del primo tempo, per intenderci.   

mercoledì 12 febbraio 2014

De Luca e la comunicazione franca. Che non guasta


Insistiamo. Ma del Monopoli, adesso, bisogna parlare. Perché l’ambiente, a Monopoli, ora si è un po’ surriscaldato. Con una storia, quella del licenziamento e dell’immediata riassunzione del tecnico  De Luca, che parecchi non hanno digerito. Lasciandolo capire chiaramente: persino con una bomba carta lanciata dall’esterno all’interno del Veneziani, durante l’ultimo allenamento (fatto assai antipatico: esagerare non è bene). Con una storia che, per il momento, possiede un unico vincitore: il tecnico, appunto. Persona per bene, che lavora tanto e che, sin qui, in due anni e mezzo sull’Adriatico, ha ottenuto risultati evidenti. Che, talvolta, può aver fallito un obiettivo: ma che, nel computo generale, può essere considerato un ottimo investimento della società. Al di là di qualche inclinazione del carattere: spesso, ad esempio, si sente accerchiato e soffre un po’ la pressione mediatica (ma se, come crediamo, dovesse raggiungere anche categorie superiori, in piazze ugualmente o persino più prestigiose di Monopoli, dovrà necessariamente abituarsi alle controindicazioni del caso). E, in determinate occasioni, tende a parare il colpo, rilanciando: ovvero, minimizzando quello di cui l’opinione pubblica si accorge. Aprendo parentesi, De Luca – lo ripetiamo – forse non è riuscito, quest’anno, a dotare la sua squadra di quel buon calcio esibito nella scorsa stagione: è un’opinione, ovviamente: la nostra. Eppure, ritenevamo e riteniamo che, ancora oggi, malgrado tutto, il trainer di Castellana sia la persona più indicata a terminare il torneo. Se non altro, per aver costruito e ricostruito l’organico. Per conoscerne profondamente pregi e difetti. Per la sua capacità di modificare in corsa, tatticamente, la squadra. E, infine, per la labilità di un cambio di panchina a questo punto del campionato (qualche volta va bene, spesso peggiora la situazione). Detto per inciso, il suo esonero non scandalizza e, infatti, non ci ha scandalizzato per nulla: abbiamo visto e commentato di tutto, in trent’anni di calcio. E non ci ha scandalizzato neppure la decisione del club di reintegrarlo. Corretta, probabilmente, nella sostanza. Ma debole nella forma. Non è, questo, un problema di De Luca, ovvio: lo è, semmai, della società. Che ha preso in prestito una motivazione immediatamente ricusata, seppur non ufficialmente, dalla stessa squadra (questa è storia). Come la gente che tifa e vive la realtà quotidiana sa bene. Quella società che, evidentemente, sembra essere caduta in una buca: cose che possono accadere e che, puntualmente, accadono, anche a livelli più alti. Che, evidentemente, non ha saputo gestire un momento. Che, evidentemente, ha sbagliato il primo intervento (l’esonero) e non il secondo (la riassunzione). Che, attualmente, per questo e per altri motivi strettamente collegati si ritrova contro una buona fetta di supporters. E che, però, va sempre e comunque ringraziata per quanto ha saputo offrire alla città da quando si è costituita. Operando con serietà, dedizione e, tantissime volte, trasparenza. E’ bene sottolinearlo anche su queste colonne: dove, in genere, non si regala niente a nessuno. Del resto, nel ménage quotidiano di una società le problematiche pulsano. E gli errori sono un inconveniente possibile. Errori che, chi prova a commentare i fatti in profondità, è libero di poter evidenziare. Purché si affidi ad un garbo sostanziale e all’onesta intellettuale. Anche avanzare una o più ipotesi, è compito della stampa. E proprio le ipotesi spese nell’ultimo post di questo blog, ci risulta, non sono state gradite. Sia da De Luca, intervistato il giorno dopo da una televisone locale, che dalla società. Tutto assolutamente legittimo, ci mancherebbe. Queste colonne non sono il vangelo. E non vogliono insegnare niente a nessuno. Ma si sforzano, però, di capire. E di far capire qualcosa in più ai suoi dieci o quindici lettori. Non è piaciuto, soprattutto, il passaggio che riportiamo testualmente: «E’ accaduto qualcosa, per forza. Tipo: (...). Oppure: esistono dinamiche parallele al campo di gioco che pesano. E che non possono essere ignorate: di questi tempi, innanzi tutto. In cui le quote societarie possiedono diversi padroni». Parole che, sùbito dopo, hanno innescato la reazione di De Luca («mi rivolgo a tutti gli stupidi che pensano che il sosttoscritto sia tornato solo perchè possiede delle quote in società. Non esistono queste stronzate»). Il tecnico, però, deve aver letto tra le righe qualcosa che, di fatto, non è stata scritta. Provvedendo, probabilmente, a prevenire eventuali sviluppi concettuali sul tema: con una precisazione della quale, intanto, prendiamo atto. Peraltro, una comunicazione franca, senza filtri, non ci dispiace affatto. E, dunque, ben venga. Le parole, poi, vanno e vengono: e non ci offendiamo di niente. E poi, come lo stesso De Luca potrà convenire, confrontarsi, seppur a distanza, può sempre tornare utile. Per chiarirsi, laddove ce n’è bisogno. O per offrire all’opinione pubblica maggiori elementi di analisi. Ben tornato, allora.

martedì 11 febbraio 2014

Monopoli, dietro front: De Luca resta

E, adesso, qualcuno non capirà. Meglio: già non sta capendo. Non sta decodificando e non riuscirà a tradurre con parole semplici l’esonero di Claudio De Luca, allontanato della panca del Monopoli in coda all’impronunciabile quattro a zero di Brindisi. Se è vero, come è vero (la notizia è del pomeriggio di oggi, proprio quando Sgobba, Sciannimanico e Renna, tre potenziali sostituti, attendevano un cenno definitivo dal club adriatico), che l’allenatore di Castellana si è ripreso l’incarico neppure ventiquattr’ore dopo la sentenza di condanna. Esatto: é come se non fosse accaduto nulla. Anche se qualcosa, evidentemente, è successo. E non parliamo della sotterranea sollevazione della squadra: che, di fatto, sembra non ci sia stata. Al di là di quanto si é detto e scritto. E’ accaduto qualcosa, per forza. Tipo: Vito Laruccia, dirigente con la maggior esposizione economica, potrebbe aver convinto i suoi partner a rivedere la situazione, mai pienamente condivisa da colui che rimane il presidente storico del sodalizio. Oppure: esistono dinamiche parallele al campo di gioco che pesano. E che non possono essere ignorate: di questi tempi, innanzi tutto. In cui le quote societarie possiedono diversi padroni. Oppure, dietro, c’è altro che ci sfugge. Intanto, la questione, per come si è evoluta, non piace e non piacerà ad una fetta della tifoseria, quella più calda e presente. E questo è un fatto. Che non ci vieta neppure di pensare alle polemiche che starebbero per strisciare in queste ore o in quelle immediatamente successive. Mentre viaggia, nella rete e nelle parole di strada, la sensazione di un autogol: piovuto nella serata di lunedì, all’epoca dell’esonero. O il martedì, il giorno della redenzione. Caduta un’ipotesi, resta sempre l’altra.

Disfatta nel derby, a Monopoli si cambia

Cambiano i protagonisti. E, talvolta, anche i sistemi di gioco. Ma il calcio del Monopoli, in questa stagione, è assai meno brillante di quello praticato dodici mesi fa. E’ una costatazione: insindacabile. Malgrado l’organico abbia l’obbligo di pretendere il meglio da se stesso: anche in virtù della corposa rivisitazione maturata tra dicembre e gennaio. La squadra di De Luca, certo, si ritaglia spesso belle cornici di gioco e, alcune volte, risultati persino brillanti. Per poi lasciarsi puntualmente travolgere da cali di tensione sospetti, che ne frenano il passo. Come, recentemente, a Bisceglie. Come a Taranto, più in là nel tempo. Come a San Giorgio a Cremano, agli albori del torneo. Come in altre occasioni. E come domenica, a Brindisi. Nel derby più atteso e sentito dalla propria tifoseria, anzi, il Monopoli crolla. Quattro a zero è score pesante. Che intralcerebbe la serenità di chiunque: figuriamoci, allora, se non disturba proprio in riva all’Adriatico, dove le fibrillazioni non mancano mai, quando il campionato non procede come dovrebbe. Caduta disarmante: proprio nel giorno in cui il Brindisi saluta l’arrivo in panchina di Marcello Chiricallo, l’ex che riesce a bloccare la saggezza di Lanzillotta e ad irretire le idee di una squadra già di suo un po’ timida. Tra gli osservatori, c’è chi parla apertamente di vergogna. Mentre il tecnico, davanti ai microfoni, ancora una volta minimizza le esitazioni del gruppo, rivendicando qualche merito che la realtà, invece, non riconosce. E, sùbito dopo, la gente che tifa, bloccata a casa da una nuova misura restrittiva, accoglie la comitiva, al rientro, con una contestazione ferma. L’atmosfera comincia a bollire. E, allora, la società comincia ad interrogarsi. Il lunedì è, solitamente, il giorno della riflessione. Ma, a Monopoli, è il momento di riunirsi. L’esonero di De Luca è il provvedimento più gettonato, in sede di previsioni. E così è, infatti. Il derby di Brindisi rappresenta il punto di non ritorno. Perché, al di là del risultato, immalinconiscono alcuni atteggiamenti della squadra. Per dirla tutta, anzi, il tecnico di Castellana sembra pagare quella mancanza di coraggio che, spesso, in trasferta, ha scavato la distanza dal successo. In un campionato ancora molto aperto e, dunque, meritevole di qualsiasi operazione che possa agevolare il futuro prossimo. La società, di fronte alla brutalità degli eventi, supera peraltro qualche comprensibile divisione emersa tra le varie anime che la compongono. Ma, assicura, non corre dietro i voleri della piazza: che in larga parte, ormai, aveva scaricato De Luca. Forse, anche per quel vezzo di nascondere certe verità così difficili da confutare.


 

lunedì 10 febbraio 2014

Il derby scontenta tutti


Martina-Foggia è uno di quei derby che finisce per scontentare tutti. Accade puntualmente, quando la classifica pretende molto da chiunque. Ma succede pure quando il pareggio vuole accarezzare le due parti opposte della barricata, finendo per svilire l’impegno un po’ arruffato di chi deve raggiungere la permanenza e per punire il governo un po’ sciatto delle proprie chances di promozione. Il Foggia crede nell’ordine della manovra, nella ripetitività del suo giropalla: comincia a costruire con lucidità, ma poi si smarrisce. Il 3-5-1-1 di Padalino fa viaggiare il pallone, ma non penetra mai. Il Martina è più istintivo e meno geometrico. La sua urgenza si scontra con il mestiere dell’avversario e l’aggiramento della pratica del pressing, che pure servirebbe. Il 4-4-2 di Napoli, più spiccio e meno sereno, si infila puntualmente nell’imbuto: e le soluzioni dalla distanza non soccorrono. Gai e soci, con il tempo, guadagnano in quantità e in possesso della palla, ma l’avvenuta inferiorità numerica prima dell’intervallo (De Lucia fuori per doppio giallo) finisce inevitabilmente per intralciare il processso di crescita dei padroni di casa. Il Foggia, che evidentemente gradisce parecchio pure il pari, sembra però non volerne approfittare. Preferendo gestire molto (e sin qui va bene) e osare poco (e questo va meno bene, a determinate condizoni). Appena lo fa, comunque, si ritrova in vantaggio (l’ex Colombaretti ingigantisce un cattivo intervento di Leuci), seppure per soli centottanta secondi. Il pareggio è un incrocio tra l’ingenuità catastrofica di Sciannamè (fallo inutile ai limiti dell’area su Ilari, che procede spalle alla porta) e la freddezza di Montalto, dagli undici metri. Dopo, c’è solo il Martina: che ci mette coraggio e cuore, ma non la precisione. Vero, agli jonici manca anche un secondo penalty: i dauni, cioè, rischiano molto, vanificando l’enorme comodità di un uomo in più per oltre cinquanta minuti, recuperi esclusi. Probabilmente, perché Giglio resta troppo distante dal corpo della squadra. Forse, perché il lavoro di cucitura di Venitucci, tra le linee, si rivela insufficiente. O, magari, perché difetta un po’ di volontà politica. Ovvero: il Foggia si scopre all’improvviso schiavo della sua classifica importante, accontentandosi. Oppure, fidandosi poco di se stesso. Lasciando, così, alla formazione di Napoli il campo e anche il diritto di recriminare. Addirittura.

domenica 9 febbraio 2014

Due volti, tre punti

Il Bari trova il corazzato Siena, ma pesca il gol a match appena sorto (João Silva) e tutto si fa più facile. Se, contro la Reggina, sempre al San Nicola, era immediatamente inciampata nell’obbligo della rincorsa, questa volta la squadra di Alberti e Zavettieri può operare di rimessa e di astuzia, con metodo e calma. Certo, qualche pallone mal gestito comincia a schizzare qua e là: ma, quando imposta da dietro, arriva generalmente in fondo. Sciaudone e compagni guadagnano autostima e, a sinistra, sfondano regolarmente: I toscani, da quelle parti, soffrono abbastanza (niente pressing, niente copertura di palla) e difettano in intensità. Il Bari, poi, è più vivo anche nei contrasti. Importante è, magari, tutelarsi un attimo, quando serve: è con la palla tra i piedi che il Siena dà il meglio. Anche per questo, talvolta, la gente biancorossa deve lasciar fare. Prima dell’intervallo, comunque, Defendi s’inventa il guizzo del due a zero, che sembra mettere il risultato in discreta sicurezza. E, invece, no. L’avversario lievita sul profilo della quantità, della personalità e della convinzione. Gioca di più e, abbastanza presto, riduce lo scarto. Mentre il Bari, inversamente proporzionale, perde velocemente terreno e densità, chiudendosi con qualche impaccio e subendo l’iniziativa dell’organico di Beretta. Senza replicare. Alberti blinda la mediana (con Lugo prima e con Beltrame poi), il Siena si affida all’onda d’urto di quattro punte: ma la controindicazione sembra soprattutto qualla di un diverso approccio mentale alla fase finale del match. Ancora una volta, cioè, finisce per non convincere l’amministrazione della partita, proprio in prossimità del traguardo. Dettaglio di per sé grave (e assai lesivo, in passato): che, nel caso specifico, non comporta scompensi (il successo è salvo, malgrado tutto), ma che va pure - e definitivamente - analizzato con attenzione.

lunedì 3 febbraio 2014

Lecce, rincorsa interrotta



La rincorsa si interrompe proprio quando l’appetito si allarga voluminosamente e la posta assume un peso specifico decisamente rilevante. Il Lecce, in casa, si piega alla capolista Perugia, due volte in doppio vantaggio. Riuscendo a rimediare solo nella prima occasione. E scalciando la prospettiva di ridurre drasticamente quello che rimaneva del corposo disavanzo di un tempo. Il match è ricco: di gol (finisce quattro a tre per la formazione di Camplone) e di gioco. Se è vero, come è vero, che un osservatore qualificato come Serse Cosmi applaude con convinzione a vincitori e sconfitti, indistintamente. Il responso, invece, è povero. Perché assorbe diversi indizi negativi (lo svantaggio maturato molto presto, la tensione accumulata a partita in corso, la prestazione robusta dell'avversario, qualche indecisione individuale, l'inferiorità numerica che frena il progetto della seconda rimonta). Ma, al di là di tutto, resiste una sensazione: la gente di Lerda continua ad essere parte attiva negli intrecci di un campionato che premierà immediatamente una protagonista e, in seconda battuta, chi saprà gestire meglio la lunga questione dei playoff. Ai quali, almeno, il Lecce sta ultimamente dimostrando di poter ambire con legittima ambizione. Non che il discorso per la prima piazza sia ancora aritmeticamente chiuso. Nonostante i dieci punti dalla vetta, adesso, comincini a farsi distintamente sentire. L’ultima partita, però, chiarisce che, probabilmente, questa squadra deve necessariamente puntare alla solidificazione del proprio processo di maturazione e, magari, rassodare la propria posizione alle spalle della formazione umbra e del Frosinone, viceleader del torneo. E, dunque, prepararsi psicologicamente al rush finale (da marzo in poi gli equilibri possono mutare: lo dice la storia della serie C) e, eventualmente, alla lotteria degli spareggi. Che mai come questa volta saranno fisicamente e mentalmente dispendiosi. Una lotteria diversa dalle precedenti: dove il piazzamento finale nella regular season conterà davvero molto più di un po’. E dove il Lecce, chissà, potrà partire privo della pesante corazza del favore del pronostico. Che l’anno passato intralciò non poco.

mercoledì 29 gennaio 2014

Il Foggia inciampa, ma è sempre lì



Qualche volta inciampa, il Foggia. Come domenica. Ma i risultati continuano pur sempre a sbocciare con gradevole continuità. Il dato, così com’è, è assolutamente rassicurante. E la classifica non se ne svantaggia granché. Anche se la Casertana, vincendo a Martina, scavalca la gente di Padalino, che peraltro continua a tallonare Cosenza e Teramo, mantenendo la quarta poltrona. Controllando a distanza, soprattutto, la concorrenza (il margine sulla nona piazza è di otto punti). Certo, l’ultima prestazione è unanimemente considerata tra le peggiori dell’intera stagione. E lo spreco, di fronte al Melfi, sul terreno amico, è immediatamente sembrato evidente. Due gol di vantaggio e, alla fine, soltanto un punto: che, comunque, fa ugualmente comodo e si fa sentire. I lucani lottano anche quando lo score sembra definitivamente compromesso e, invece di disunirsi, si compattano. Monetizzando, probabilmente, quel momento della gara in cui il Foggia deve soltanto governare e devitalizzare gli appetiti avversari. Vero è pure che Agnelli e compagni segnano e raddoppiano senza brillare troppo, punendo oltre i demeriti la squadra di Dino Bitetto. Ma queste sono contraddizioni di cui il torneo tradizionalmente si nutre. Il coach, intanto, nell’urgenza (ecco, di nuovo, qualche disfunzione nell’assetto di presidio), rispolvera la difesa a quattro, modificando il modulo di partenza che quest’ultima parte del campionato aveva provveduto a quotare. Segno che le impurità di un tempo, talvolta, possono riemergere: innanzi tutto, se cala il livello di attenzione e applicazione. E se la squadra finisce sotto pressione avversaria. Il match con il Melfi, in realtà, svela quanto il Foggia continui a dipendere fortemente dallo stato di forma di Agnelli, il metronomo che molto spesso assicura equilibri e spessore tattico, e da quello di Giglio, il miglior realizzatore della squadra, che appare vagamente appannato da qualche settimana. Eppure, dicevamo, il collettivo – pur faticando - funziona ugualmente. O, meglio, arriva puntualmente a nutrirsi della sostanza dei punti: e solo chi conosce a fondo questo torneo sa quanto sia fondamentale fermarsi il meno possibile. E sì: arrivare a marzo con una dote serenamente spendibile non può che sostenere il progetto della C unica. In estate, probabilmente, non ci avrebbe scommesso nessuno.

martedì 28 gennaio 2014

Ciullo, da inattaccabile ad esautorato



Difficile che Ninì Flora nasconda quello che intimamente pensa. Il presidente coltiva una convinzione: quella di aver allestito, tra dicembre e gennaio, uno degli organici più affidabile e completi del girone H della quinta serie. Modificando, in corso d’opera, il frutto delle operazioni gestite da Palomba e Carbonella, lontani dal Brindisi ormai da un po’. Questa squadra, sostiene, deve imporsi. O, comunque, battagliare al fianco delle concorrenti più titolate sino all’ultimo minuto dell’ultima giornata. Senza inciampare rovinosamente negli ostacoli del cammino. Anche se uno di questi ostacoli si chiama Matera, formazione in cerca di un’identità definitiva e, tuttavia, sempre fastidiosa in quelli che vengono definiti scontri diretti: dove, cioè, talvolta si abbandonano le posizioni e si tenta contemporaneamente il colpo, la giocata e lo sviluppo della fase di possesso. La sconfitta di domenica, peraltro, fa rumore: per l’espressione numerica (tre a zero per i lucani, score insindacabile) e per le situazioni che la determinano. Che bypassano anche il dato dell’avvenuta inferiorità numerica: senza dubbio vincolante, nelle pieghe del match. Scatenando la stizza del massimo dirigente. Le contromisure, allora, diventano devastanti: almeno per Totò Ciullo, tecnico tenacemente confermato in estate ed esautorato ancora prima di febbraio. Il tecnico di Taurisano è liquidato in meno di dodici ore: è sufficiente un summit societario, quello di domenica sera. Sicuramente influenzato, però, dell’allontanamento graduale di Flora dalle idee dell’allenatore: un allontanamento palesato anche pubblicamente, davanti ai microfoni e alla telecamere. E, ammette qualcuno, pure dalle scelte tattiche del coach: che, questa è l’accusa, non avrebbe offerto continuità ad un unico modulo di riferimento. Finendo, così, per disorientare la squadra. Motivazioni di fondo a parte (a proposito: non capiremo mai se evolversi tatticamente è una risorsa oppure no), sono sempre e comunque i cattivi risultati a condannare il responsabile tecnico: nel caso specifico, troppo spesso incensato per la bontà e lo spessore della manovra del Brindisi e, dunque, ritenuto inattaccabile. Senza Ciullo, intanto, si apre un nuovo capitolo. C’è già il suo sostituto, da ieri: si tratta di Marcello Chiricallo, personaggio a cui non difetta l’esperienza. Ma allenatore che, notoriamente, insegue un’idea di calcio totalmente diversa da quella del suo predecessore. La manovra di Ciullo amava nascere nelle retrovie e si nutriva anche e soprattutto della spinta consegnata dagli esterni. Quella di Chiricallo è più immediata e concreta, diciamo anche più pragmatica, votata alle verticalizzazioni che vorrebbero raggiungere il terminale offensivo. Cambiando gestore, il Brindisi dovrà perciò mutare anche atteggiamenti e stile: operazione che, a questo punto della stagione, in piena corsa per la promozione, presuppone pure qualche rischio. E, ovviamente, il pericolo di qualche esitazione suppletiva.

lunedì 27 gennaio 2014

Martina, faccia a faccia con la realtà


Come previsto: il Martina sottratto a Bocchini e consegnato a Tommaso Napoli rivede il proprio look e si ridisegna profondamente. I copiosi acquisti di gennaio si aggiungono alle integrazioni di dicembre, finendo per modificare l’anima del collettivo e, magari, anche il senso della stagione. Giorno dopo giorno, cioè, la decomposizione della vecchia versione della squadra, inadeguata a mantenere la categoria (lo dicono i numeri), concede timidamente spazio alla speranza. Suffragata dalla personalità di qualche nuovo arrivo (le punte Montalto e Arcidiacono, ad esempio, ma anche De Martino) e dalla superiore caratura tecnica di gente come Guadalupi. La seconda manche del torneo, del resto, è la prova d’appello: fallire non si può più. E la società appare decisa a rincorrere l’ottavo posto o, nel peggiore dei casi, i playout. Le recentissime uscite (vittoria, al Tursi, sul Castel Rigone e pareggio, sette giorni dopo, ad Aprilia) dicono di una squadra rivitalizzata: nell’umore e nelle situazioni di gioco. Ma l’ultimo match, contro l’attrezzata Casertana, trascina nuovamente il Martina di fronte alla realtà, edificata sulle apprensioni e i timori. La sconfitta, come uno schiaffo, si materializza esattamente un istante prima della fine. La partita non riprende neppure: e resta sull’erba la rabbia, la frustrazione. L’impronta decisiva è del pulsanese Antonazzo, indisturbato davanti all’angolo scoperto: e il gol, va detto, è un premio eccessivo per la formazione curata da Ugolotti, molto coperta e attendista, ma anche ben strutturata e sufficientemente furba. Il pari calzerebbe meglio, molto meglio: perché è il Martina che spreca, per tre volte in una manciata di secondi, l’occasione migliore per passare in vantaggio. E, soprattutto, perché è il Martina a tenere palla e ad orchestrare più a lungo. C’è, all’interno del collettivo di Napoli, l’autorevolezza per impostare e per dialogare con un avversario tecnicamente più evoluto. E c’è una mentalità più solida, che si forma sulla consapevolezza di potersi finalmente esprimere con argomenti migliori. Manca, piuttosto, un ritmo alto che permetta alle dinamiche di gioco di svilupparsi sino in fondo. E mancano accelerazioni e cambio di passo. Il Martina, così, finisce per non approdare mai dove vorrebbe. Si sente, oltre tutto, l’assenza di una prima punta: Montalto è squalificato e un suo sostituto, al momento, non esiste. Guadalupi, lì davanti a tutti, è un ripiego: si sacrifica e prova a gestire la palla, tentando di agevolare i compagni di reparto, ma l’operazione non riesce sempre. Arcidiacono, invece, si sistema largo a sinistra, un po’ lontano dal vivo dell’azione. E Petrilli continua a non produrre i guizzi che servirebbero. L’esperienza di De Martino, nel mezzo, non basta: la fantasia reclama altre caratteristiche. E il dinamismo di De Lucia (a proposito: ormai Gai sembra ai margini del progetto) non può sopperire ad altre carenze. Il giovanissimo Kalombo, all’esordio, banalizza qualche palla in fase di possesso e, proprio al tramonto del match, commette un paio di ingenuità pesanti. Per buona parte della gara, infine, la Casertana si ritrova in inferiorità numerica: che il Martina non riesce a monetizzare. Ed è  proprio questo uno dei peccati originali,   puntualmente pagati. Lo stop è assolutamente inopportuno, in questo momento: che è, poi, il momento della pianificazione della rincorsa. Quello in cui si immagazzina morale nuovo, cioè. Ci incuriosisce sapere come risponderà la squadra, adesso. E cosa riuscirà a proporre ancora il mercato di riparazione. Il tempo comincia ad assottigliarsi e scalare troppe posizioni, a dispetto di tante concorrenti, è un percorso saturo di incognite e, innanzi tutto, dispendioso.     

domenica 26 gennaio 2014

Bari, bonus sprecato


Il giovane Bari, nella sua affascinante incoscienza, ama giocare la palla, contro chiunque. Logico, allora, che si industri anche e soprattutto di fronte alla Reggina, formazione complessivamente modesta e penultima forza di un campionato che si riaccende in coda ad una lunga sosta. Ma, se il campo è decisamente pesante e la manovra s’impantana presto, le difficoltà crescono vertiginosamente. Peggio: se l’avversario, alla prima occasione utile, realizza il gol da capitalizzare e poi trova sufficientemente conveniente attendere e ripartire, il match diventa maledettamente difficile. Sotto dopo appena due minuti, la formazione di Alberti e Zavettieri esprime un calcio lento, prevedibile, privo di soluzioni spendibili. La palla avanza tranquillamente sino alla trequarti: sùbito dopo, però, si perde. Fatica persino Sciaudone, uno che solitamente possiede intuizioni utili alla causa. E che, tuttavia, in mezzo al campo sembra il più indicato ad escogitare una trama: almeno sino a quando non gli viene preferito Delvecchio, tra l’indispettito dissenso che piove dalle tribune. Del resto, Romizi appare un po’ a disagio. E, oltre tutto, difetta anche lo storico apporto, sule corsie laterali, di Sabelli, Calderoni e dello stesso Fedato, che appare e scompare. Il Bari, spesso, è impacciato. Cambia gioco appena può e appena deva, ma senza saltare lo sbarramento reggino. I ritmi bassi e qualche imperfezione non l’aiutano. I tecnici invertono le posizioni di Fedato e Galano (che, peraltro, vanifica la possibilità più allettante di pareggiare, da pochi passi), ma il problema di fondo persiste: gli spazi si restringono puntualmente e smarcarsi, davanti, è un’autentica impresa. Eppure, la situazione potrebbe risolversi, malgrado tutto. Contatto in piena area, penalty: dal dischetto, però, il discontinuo Defendi si fa neutralizzare il pallone del pari da Pigliacelli, guardasigilli calabrese. La partita continua, facendo spazio, poco più tardi, ad un 4-2-4 che assalta la Reggina, ma senza scavalcarla. Il Bari, peraltro, finisce in nove: fallendo l’appuntamento con la serenità. Rimane, cioè, la classifica scomoda. E la sensazione di aver sprecato un bonus niente male.

giovedì 23 gennaio 2014

Barletta, serve chiarezza


Tre mesi, o quasi, di navigazione piatta. Nessun sussulto, nessuna decompressione insanabile. Il Barletta, oggi, è esattamente dov’era alla fine di  ottobre, nelle retrovie di un campionato dove si lotta esclusivamente per apparire, in ottica serie B. E non per tutelare la categoria. Quella è già garantita, comunque vada. Anche per questo motivo (e ci mancherebbe, aggiungiamo), la polemica popolare si è un po’ raffreddata, decomposta. Non resta, cioè, che attendere la prossima stagione e ragionare in prospettiva: un’operazione semplice, che avrebbe dovuto assolutamente essere attuale pure l’estate scorsa. E, nei fatti, ingiustamente dimenticata per inseguire sogni irrealizzabili, eterei. Durati, ovviamente, pochi giorni: quelli utili a capire che non era il caso abbandonarsi alle fantasie. Certo, da allora ad oggi l’organico a disposizione di Nevio Orlandi si è pure rigenerato: via qualche pezzo un po’ più pregiato (ad esempio, Picci, che ha preferito guadagnare bene in D, a Matera, mentre Allegretti sta per salutare), più spazio ai progetti rampanti dei giovani che potranno costituire la spina dorsale della squadra di domani (facile pensare, soprattutto, a Daniele Guglielmi, un ’98 che ha già collezionato due gettoni in terza serie e che, peraltro, sembra piacere alla Juve). Eppure, va sottolineato un concetto: nonostante quella che poteva apparire una sostanziale smobilitazione, le prestazioni e il rendimento complessivo non sono affatto peggiorati. Anzi: il Barletta sembra aver persino proposto qualcosa in più, ultimamente. Sul piano della continuità e della vivacità. Riscuotendo, oltre tutto, qualche punto accattivante, come quello di domenica scorsa, realizzato sul campo del quadrato e ancora ambizioso Prato. Un punto che non cambia il corso della storia, né il senso del torneo. Ma che, in definitiva, spruzza sul gruppo e sull’ambiente un po’ di umore lieve e qualche argomento di serena conversazione. Quello che è, sin qui, mancato. E che, forse, avrebbe frenato l’avvilito e irritato presidente Tatò. Che, peraltro, fluttua ancora tra il disimpegno formalizzato da mesi e un ancora possibile ripensamento. Due condizioni contrastanti entro le quali, pare di capire, si consumeranno anche i prossimi mesi. Utilissimi, di regola, per reimpostare il lavoro e organizzare il futuro. E, invece, accerchiati dalla minaccia delle ambiguità. 

mercoledì 22 gennaio 2014

Brindisi, malumori al novantaquattresimo. E anche dopo


Il Brindisi riveduto e corretto tra dicembre e gennaio è più robusto, più tonico. E, crediamo, anche più continuo. Nel rendimento. E, di conseguenza, nei risultati. E’ più solido, innanzi tutto, in mezzo al campo: dove Troiano e Pollidori sembrano offrire un tipo di calcio più propedeutico al campionato di quinta serie. Più di Marsili e De Martino, per intenderci: tanto da avvalorare la decisione del club di sostituirli a lavori in corso. Nel frattempo, poi (e il particolare non è affatto di secondaria importanza), Gambino sembra essersi definitivamente riappropriato del passo brillante esibito ad inizio di stagione: tre gol in due match, gli ultimi, confermano. La gara di domenica scorsa, però, semina malumori diffusi. I supporters più critici non gradiscono il pareggio maturato al Fanuzzi, quattro minuti oltre il novantesimo: e, in certi ambienti, si riallarga l’alone di sfiducia o di scoramento. E, di conseguenza, anche coach Ciullo si rinzela un poco: difendendo il gruppo (e provando ad assorbire personalmente tutte le inquietudini della piazza) e, infine, contrattaccando. Non è uno stupido, dice. E avverte il subdolo tentativo di qualcuno (qualche collega, magari) che starebbe per addossare proprio sul Brindisi il peso di molti pronostici di vittoria finale. E, dunque, una discreta dose di pressione. Segno evidente che la situazione comincia decisamente a fibrillare, ovunque. Del resto, questo è il momento in cui tutti cominciano a prepararsi al rush finale. E in cui molti cercano di fortificarsi nell’intimo del proprio profilo mentale: Papagni, nella vicina Taranto, insegna. Sicuramente, comunque, il pareggio (due a due) realizzato di fronte alla Gelbison è deglutito male. Per quella palla che arriva in area dopo essere stata spizzata e che trova due avversari liberi davanti a Novembre, a partita ormai consumata. E per quel fallo inesistente vicino all’out di sinistra che determina il calcio franco da cui nasce quella palla. Gambino non commette alcuna scorrettezza e, giustamente, l’assistente di linea lascia correre. La pensa diversamente, invece, il direttore di gara, che non si fida e lo sbugiarda, sbagliando. Malgrado molti metri di distanza dalla zolla dell’episodio. Lasciandoci pensare: all’utilità, in certi casi, del guardalinee. Nel caso specifico, addirittura sminuito. E all’eccessiva fame di protagonismo del primo giudice. Momenti di calcio, questi, che meriterebbero un’analisi approfondita. Non tanto del designatore, quanto dello psicologo.

martedì 21 gennaio 2014

Il Monopoli e il coraggio dimenticato


Basta un risultato eccellente per prenotare la vetta del girone. Anche se il Monopoli, volutamente ovattato  prima di accendere il motore e di affrontare la sfida di Bisceglie, non lo sa.. L’occasione, comunque, è irripetibile. Il Marcianise, in campo con due ore di anticipo, ha già perso. La Turris pure. E vincere il derby vuol dire agganciare proprio i casertani e scavalcare tutti gli altri. Però, l’atmosfera non è quella di altre volte. Sarà per la formazione che coach De Luca sceglie di spedire sul campo (centrocampo irrobustito da Pinto, che affianca Marini e Lanzillotta, a svantaggio del più creativo Laboragine, costretto alla panchina; prima linea privata di Corvino e affidata a Pedalino e Montaldi, troppo vicini tra loro, e integrati nella sola fase di possesso da Camporeale). Sarà per l’atteggiamento del collettivo (un po’ pigro e schiacciato, che fatica a salire). O sarà per qualche altro particolare (difettano la rapidità e il coraggio). Il Bisceglie fa di più e fa meglio, almeno per un po’. Almeno sino al momento in cui il Monopoli capisce che il pallone deve transitare dalle zolle di riferimento di Lanzillotta. Nasce così una ripartenza che Montaldi vanifica di fronte a Loiodice, guardasigilli di casa. Ma che, se non altro, spaventa un po’ l’avversario, riconsegnando autostima alla squadra. Che sùbito dopo, con freddezza, si costruisce il vantaggio (primo sigillo di Pedalino, per la cronaca). Ma il vantaggio non aiuta sino in fondo: Pinto retrocede di qualche metro e il Monopoli si schiera a cinque, dietro. Invitando il Bisceglie a stringere. Oppure è semplicemente la veemenza degli stellati a consigliare più prudenza. Di fatto, però, la formazione di De Luca non esce dalla propria trequarti per almeno mezz’ora. Rimodellandosi (dentro Corvino e Laboragine, ma anche Bensaja) quando lo score è già compromesso. La sconfitta si fa dolorosa: perché delude l’interpretazione, ancora più del dato statistico (tre a uno). E perché la classifica rimane ferma. Il Monopoli, in quarantacinque minuti, scala dalla prima alla settima piazza. Lasciando, soprattutto, una sensazione di incompiutezza.

lunedì 20 gennaio 2014

Bisceglie, il derby del rilancio


Tra un’accelerazione e una pausa, il Bisceglie si arrampica sul derby e mortifica gli appetiti del Monopoli. Osando, esitando, ritrovandosi. E, infine, dilagando. Rischiando di compromettere tutto, poco prima della fine della prima manche di gioco: quando, cioè, l’avversario si fa furbo, sfruttando gli episodi. E prendendosi tutto, in coda ad un secondo tempo in cui riesce a coniugare la gestione della palla con l’aggressività. Probabilmente, perché ci crede sino in fondo. Sicuramente, perché cerca il risultato con la forza della quantità e con un bel po’ di qualità complessiva in più. Tre a uno, meritato: e già scalpita il desiderio di rincorrere la quinta posizione del girone. Chissà. Il 4-2-3-1 di Favarin s’incarica di costruire la partita: Lacarra fluttua nel cuore della difesa monopolitana, incupendola. Ceccarelli, la prima punta, sfugge spesso. Zotti agisce di mestiere. In mezzo al campo, l’inferiorità numerica non intralcia. Maglione, a sinistra, sbuffa e spinge. Venti minuti di supremazia territoriale, però, non rendono. Il ritmo cala e la manovra s’affloscia. Fisicamente, il Bisceglie sembra inchiodarsi. Anche le idee si annebbiano. E l’abbottonato Monopoli, alla seconda (e ultima) occasione, si ritrova in vantaggio. Superato l’intervallo, piuttosto, è tutta un’altra storia. C’è la rabbia, c’è la corsa, c’è la voglia. La squadra di Favarin martella, quella di De Luca si cautela. E subisce. Il pareggio arriva dagli undici metri (Lacarra), abbastanza presto. Il sorpasso (Zotti) è una conseguenza, inevitabile. E, in dirittura d’arrivo, Lattanzio triplica. Non sapremo mai, in realtà, quanti meriti possieda globalmente il Bisceglie e quanti demeriti debba farsi perdonare il Monopoli: ma il verdetto è, nella sostanza e nell’espressione numerica,  inappellabile. Sembra, quella stellata, una squadra ancora in carburazione. Praticamente reinventata a metà percorso e, dunque, ancora bisognosa di conoscersi, di capirsi. E di lavorare. Però, potenzialmente ben strutturata. Molto più propedeutica a questo campionato della sua versione precedente: e, del resto, da questo punto di vista non nutrivamo dubbi neppure prima del derby. Che, in un certo senso, riconsegna definitivamente il Bisceglie ad una classifica più importante. Che potrebbe legittimamente essere migliorata: con la continuità di rendimento, anche all’interno di ogni singolo match.

domenica 19 gennaio 2014

Molinari si risveglia, il Taranto reagisce



Il processo di crescita del Taranto, come qualunque processo di crescita, si nutre di ritmi lenti. E, probabilmente, la scelta di operare il meno possibile nella seconda sessione di calciomercato non accelera i tempi di recupero sulla classifica. Cercando, di contro, di rinsaldare e affinare il gruppo di partenza: un particolare che, magari, tornerà buono più avanti. In fondo, però, la vetta del girone non è affatto lontana. Malgrado la sconfitta maturata sabato scorso allo Iacovone, davanti all’intraprendenza del Manfredonia. Che la formazione di Papagni, ancora di sabato, riscatta una settimana dopo sul campo della Mariano Keller. Ecco, sul sintetico di San Giorgio a Cremano la squadra risponde benissimo: con applicazione, corsa, continuità di manovra. Si mantiene sempre alto, il Taranto: e, di conseguenza, fa la partita. Molinari, che arriva da un paio di mesi di ombre e fatiche, c’è: il sigillo del vantaggio è suo. L’avversario rintuzza e controbatte, fermandosi spesso alla trequarti: il 3-4-1-2 di Prosperi e compagni sembra offrire le garanzie necessarie. E, in più, la mediana assicura filtro e consistenza. Il momento migliore dei napoletani, attorno alla mezz’ora, è però premiato con la sanzione di un penalty, i cui contorni non sono prontamente chiari. La situazione di parità è, tuttavia, assolutamente transitoria: il Taranto si ingegna sin dalle retrovie, taglia spesso il campo e si alimenta di un dinamismo fresco. Molinari, ormai, si è sbloccato e, allora, graffia ancora e insiste. Prima dell’intervallo, firma sul tabellino dei marcatori altre due volte. La terza marcatura, peraltro, si arricchisce di un gesto tecnico assolutamente apprezzabile. Il match sembra già deciso: la gente di Papagni pensa meglio e agisce con fluidità e furbizia. Anche per questo, alla ripresa dei giochi, il Taranto può permettersi di abbassarsi e rifiatare. Per organizzare ripartenze pungenti: come accade in occasione del quarto gol, voluto da Balistreri. Al quale si accoda, più tardi, la quinta rete griffata Clemente (si fanno sentire, dunque, tutti i principali attaccanti: buon segno, anche in considerazione di certe problematiche più o meno affiorate, ultimamente). Punto e a capo, quindi. E Taranto nuovamente al centro della battaglia per la promozione, nonostante il tecnico azzeri apertamente le possibilità del gruppo che guida («Non siamo maturi per vincere il campionato»). In piena corsa. Con nuovi appunti su cui riflettere. Ad esempio: evidentemente, questo è un organico che offre il meglio sotto il peso della pressione, psicologica e mediatica. Quando vincere è qualcosa in più di un’esigenza di routine, ovvero un vero e proprio obbligo, quasi un'ultima possibilità.

domenica 12 gennaio 2014

Manfredonia, rivoluzione assorbita



Il mercato di riparazione (anzi, di rivoluzione: in D, ormai, funziona così) rimodella il Manfredonia. E il collettivo di Cinque, in partenza, sembra risentirne. La caduta rovinosa del Miramare, di fronte al Monopoli, certifica un disagio. Ma a Taranto, sei giorni dopo, nell’anticipo passato dalla Rai, la formazione sipontina non teme il confronto e allontana qualsiasi sospetto di sudditanza psicologica. Il sistema di gioco non si abbassa mai troppo, la manovra è sufficientemente aggressiva, l’applicazione costante. La gente di Papagni prova a fare la gara e non riesce. Il Manfredonia, con lucidità, ne impedisce gli slanci e la profondità, trovando pure gli argomenti giusti per portarsi in vantaggio. E, malgrado Balistreri riesca a ravvivare per un po’ l’iniziativa jonica e a raddrizzare i risultato, Laporta e compagni restano vigili, reattivi, scaltra: sfruttando come meglio non si può l’infortunio fatale di Marani, guardasigilli di casa. Il successo, dunque, non stona affatto: meglio il Manfredonia, al di là del verdetto. Perché è migliore l’approccio, è migliore la gestione della gara, è migliore il ritmo impresso ai novanta minuti ed è preferibile la sua continuità di espressione. Tutte indicazioni buone a rassicurare l’ambiente: lentamente, la rivoluzione di dicembre sta per essere assorbita. E la permanenza sembra soltanto l’obiettivo minimo.

martedì 7 gennaio 2014

Martina, l'ora delle nuove strategie



Il Martina può risollervarsi: per una o anche due settimane. Ma, fondamentalmente, è questo: complessivamente inadatto ad un campionato di C2 come quello di quest’anno. Dove è necessario agganciare la zona medioalta, per scongiurare la collocazione nel prossimo torneo di D. E, per questo, assolutamente bisognoso di risultati frequenti. E, dunque, di nuove cure. Ovvero, di innesti di qualità e, dicevamo ultimamente, di personalità. Ad Arzano, in casa dell’ultima forza del girone, la formazione di Bocchini cade ancora. Senza potersene lamentare troppo, tra l’altro. E, allora, è proprio il tecnico, già il giorno successivo alla sconfitta, a pagare. Non con l’esonero: che, ufficialmente, non è ancora sancito. Ma il congelamento dell’allenatore umbro, comunicato ieri dal club, è un defenestramento come qualunque altro. Cambiano i termini, non la sostanza. Sin dal pomeriggio di oggi, infatti, sarà il preparatore dei portieri Alfredo Cimino ad operare sul campo, alla ripresa degli allenamenti. In attesa di ulteriori novità. Domani, magari, arriverà il coach del futuro prossimo: forse Chiancone, presente sulle tribune del Tursi nell’ultimo match del duemilatredici e, si dice, particolarmente vicino alle posizioni dello sponsor Ghirardini e del suo entourage. O, chissà, qualcun altro. Al di là di tutto, però, dispiace per Bocchini: che, ancora oggi, appare il meno colpevole di tutti. Riteniamo, anzi, che con il suo lavoro (parliamo di ordine tattico e di esposizione della manovra, malgrado la scarsa cifra tecnica e temperamentale del collettivo) il Martina si ritrova in classifica due o tre punti in più di quelli che avrebbe potuto collezionare sin qui. Analisi forte, è vero: che, tuttavia, continueremo a custodire gelosamente. Al di là di qualche atteggiamento talvolta eccessivamente cauto, che non ha giovato alla causa (il riferimento, ad esempio, è al match con il Chieti. E, probabilmente, non solo a quello). Ma anche un concetto che nessuno potrà verificare: perché il nuovo allenatore, qualunque sia il suo nome, potrà beneficiare – come spesso avviene – di energie suppletive (almeno quattro elementi, sembra) sulle quali il primo condottiero della stagione non ha potuto contare. Immaginiamo, a questo punto, anche  lo sconforto di Bocchini. E, magari, pure la sua rabbia: quanto basta per maledire il suo forte aziendalismo.

lunedì 6 gennaio 2014

Il Grottaglie e il messaggio di Pettinicchio

Nuovo anno, risultato vecchio. Il Grottaglie cambia nomi, caratteristiche, impostazioni. Recupera tonicità, energie più spendibili, idee e motivazioni. Il problema, però, è quello di sempre: e la classifica è ancora ferma, anche dopo il derby di Brindisi (due a uno, condito da un penalty abbastanza contestato, che poi determina anche l’inferiorità numerica, per l’espulsione di Papa). Eppure coach Pettinicchio, sulla panca da oltre un mese, sta lavorando con intensità e pazienza. Possiamo testimoniarlo. E anche il materiale a sua disposizione è assolutamente lievitato, sotto il profilo della qualità e della credibilità: gente come Fumai, De Toma, El Kamch e Albano può e deve contribuire seriamente ad alzare la barra della speranza. La manovra ha guadagnato in fluidità: anche perché la corporatura del collettivo è, adesso, più robusta. E più consapevole. La società si è sforzata di accrescere lo spessore della squadra: e chiunque – tecnici, protagonisti del campo e tifoseria, passando anche per la frangia dei supporters tradizionalmente più critica – ne ha puntualmente preso atto. Con soddisfazione: che si trasforma in morale alto.  Ma, evidentemente, il cammino è più sconnesso del preventivato. Primo, perché la rincorsa è sempre dura: anche con molte più carte da giocare. Secondo, perché il livello del campionato è tecnicamente alto, nelle retrovie della graduatoria. Terzo, perché il Grottaglie deve ancora saccheggiare il baule della malizia, della furbizia e della scaltrezza. Quarto, perché il tempo per riorganizzarsi non basta mai: e il lavoro chiede settimane intere. Quinto, perché ormai non c’è domenica in cui l’Ars et Labor finisce la gara in undici. E successo praticamente sempre, negli ultimi tempi: e anche queste sono situazioni che, alla lunga, si pagano. A Brindisi, ieri, dopo Papa, cartellino rosso pure per Prete. E, al di là di ogni singola valutazione, il dato si è fatto preoccupante. Tanto da agitare Giacomo Pettinicchio: che, a microfoni aperti, ha ponderatamente lanciato un messaggio ai naviganti: «Il Grottaglie non retrocederà». Chi pensa il contrario, cioè, se ne faccia una ragione. Chiaro, pulito. Chi deve capire, capisca. Certo: le forze occulte, se davvero ci sono, non si sciolgono sotto il peso delle parole, figuriamoci. Però, il tecnico sa che, molto spesso, alzare la voce non fa male. Anzi. E che il messaggio può essere interpretato in tanti modi. E da bersagli diversi. Anche dalla sua stessa squadra, ad esempio. Il mercato è finito, le forze in campo sono queste. E non si può più scherzare.